UN RESTAURO CORAGGIOSO

Il resoconto del professore Giovanni Bonanno sul restauro della statua lignea della Madonna Nera di Tindari, il cui culto � profondamente radicato nella Sicilia orientale.Il testo � ripreso dalla pubblicazione edita dal Santuario di Tindari.

Testo del  prof. Giovanni Bonanno - Foto di Enzo Brai, Gianni Pedone, Archivio del Santuario

          

                                                                                    Prima                                                   Dopo

Misterioso il fascino della Madonna di Tindari. Antica icona lignea, custodita sulla sommit� di una collina prospiciente il golfo di Patti, che attrae a s� da quasi mille anni la gente di Sicilia. Immagine di struggente sacralit� che sintetizza, nella forma plastica, il genio interiore del medioevo, europeo e mediterraneo.
Una �Vergine con Bambino�: Theotokos e Hodigitria. Simile strutturalmente alle tante Madonne scolpite intorno al XII secolo al sud della Francia e al centro Italia. Diversa da queste per connotazioni culturali sorprendenti, che intrigano storici e critici d�arte. Sembra in essa vivere la Koin� che contraddistingue il tempo anteriore, le lacerazioni fra occidente e oriente. Non solo per comunione di fede, ma anche per circolarit� e scambio di pienezza antropologica che consente di partecipare dei valori etici ed estetici.
Bizantina � questa Madonna e latina e mediorientale. Creazione del romanico che non conosce confini geografici e divisioni politiche, lievitato dall�umanesimo cristiano aperto agli influssi di ogni regione. Da secoli indicata, con riferimento al Cantico dei Cantici, come �Nigra sum� per l�incarnato bruno del volto, � oggetto di venerazione. A lei giungono pellegrini da ogni parte per invocare aiuto. Dinanzi a lei, palpitanti di emozioni, contemplano il mistero di Dio che si rivela nell�amore della Madre.

Tessuta di tradizioni e fioretti � la vicenda di questo simulacro, che si dice proveniente dalla Siria o dall�Egitto, in epoca iconoclasta. Si racconta che la statua, destinata ad altri lidi, sia giunta su una nave che, a causa di una tempesta, si incaglia fra le secche di Tindari. La gente del luogo viene subito a conoscenza dell�icona e ne resta colpita. Spinta da sentimento religioso, la trasporta in cima al colle installandola all�interno di un tempietto preesistente. Fin qui la leggenda.

La Tyndaris dei greci e dei romani, fondata da coloni dori nel 396 a. C. e distrutta nel primo secolo a. C. forse da un terremoto, risorta nel quinto secolo, divenendo sede vescovile e umiliata dai musulmani, si trova d�improvviso ad esser meta di viandanti del cielo. Luogo santo, perch� santa � l�immagine, posta nella solitudine della rupe, che appare nel silenzio a moltitudini di contadini e pastori, di avventurieri e viaggiatori, di mistici e agnostici. Non lascia indifferenti. A tutti comunica il segno arcano della sua presenza.
Frammentari sono i documenti che testimoniano, nel corso dei secoli, gli eventi relativi all�effigie sacra. Significativa la ricostruzione del vecchio santuario, nel 1598, ad opera del vescovo Bartolomeo Sebastiani, sulle rovine di una chiesetta, probabilmente medievale, rasa al suolo, nel 1544, da Rais Dragut, pirata algerino. Anche l�iconografia riguardante il sito e l�icona � povera: attende di essere scoperta.
L�immagine della Madonna di Tindari, molto diffusa, non � quella della storia. Appartiene ad una cultura, tra fine settecento e inizio ottocento, che si compiace di agghindare con paludamenti, monili e corone soprattutto le statue, riadattandole a un gusto popolare talvolta folclorico. La Nigra sum perde i suoi connotati romanici che vengono nascosti da una struttura di tela che, dipinta di azzurro e rosso, ricopre l�antica scultura, libera soltanto nel volto e nelle mani. In seguito l�abito "moderno" viene occultato dal piviale ricamato d�oro che copre per intero il simulacro. Lo stesso Bambino � vestito con tunicella bianca decorata da fili aurei e argentei. Incoronate sono le teste della madre e del figlio con diademi baroccheggianti, mentre un giglio d�argento � posto fra le dita della Vergine.

Molta letteratura � germogliata attorno a questa iconografia, di cui si intende, da parte di teologi e studiosi, la non verit�. Indicativa l�affermazione del canonico Giardina, nel 1882, riguardante la materia del simulacro: �essa � costruita di legno, non di marmo, come erroneamente asseriscono molti cronisti ecclesiastici, forse ingannati dall �autorit� di P. Ottavio Caietano primo a cadere in questo abbaglio�. Pertanto il dubbio, come cenere, rimane a bruciare per lunghi decenni senza mai spegnersi. Non pochi uomini di cultura e fede chiedono di verificare il processo storico dell�immagine e di intervenire a salvaguardia della sua integrit�. Complesso dilemma che da oltre un secolo interroga, acuitosi a inizio anni ottanta, mentre � vescovo di Patti mons. Carmelo Ferraro, che si confronta con sacerdoti e storici. Forse per eccesso di prudenza le indagini non giungono a termine. Qualcuno sentenzia che non licet. La cenere riprende vigore. Si infiamma il problema sopito che interpella la coscienza di tanti, fra i quali � il nuovo vescovo. Mons. Ignazio Zambito chiede il parere di religiosi illuminati e di studiosi d�arte. Univoca la risposta: avviare analisi, oltre che storiche, di carattere formale e strutturale. Non � sufficiente interpretare l�icona nel suo abbigliamento. Necessita capirne la composizione. Per mesi si discute sull�opportunit� o meno di restauro. Nella Pasqua 1995 mons. Zambito, insieme con il rettore del Santuario, decide per l�intervento.

E� interessata la Sovrintendenza ai Beni Culturali di Messina che, con la supervisione della dottoressa Caterina Ciolino, d� il placet. Supportata da uno storico dell�arte e da due teologi, una �quipe di specialisti prende in consegna nell�ottobre dello stesso anno la Madonna di Tindari, trasferita in un laboratorio nei pressi di Palermo. Tale �quipe, visionando nell�aprile 1995 l�opera sacra, intuisce la singolarit� dell�oggetto ed afferma che si � dinanzi a una Madonna seduta in trono, di periodo medioevale, scolpita in un tronco cavo.I primi sondaggi riguardano il manto bleu su cui si registrano cinque strati di colori apposti fra met� ottocento e met� anni quaranta. Altrettante sovrapposizioni cromatiche si riscontrano sui visi della statua.

                                       

Interpellata nel 1981 dal vescovo di Patti, mons. Carmelo Ferraro, la Sovrintendenza ai Beni Culturali di Messina affronta il problema storico-scientifico della statua. Evidente la necessit� di esami preliminari, fra i quali viene indicato il procedimento chimico del carbonio 14. La Commissione spiega ai rappresentanti della Diocesi l�importanza di verifiche strutturali e organiche prima di iniziare qualunque azione di restauro.
Diversi i veti. Si ha paura di rovinare il simulacro, le cui condizioni sono precarie. Gli esperti desistono dall�impresa. Eseguono solo dei saggi che permettono di verificare la sovrapposizione sui volti e sulle mani di un colore "nero olivastro" che nasconde un color bruno di antica data.

Altra notazione sottolineata riguarda il tempo della creazione dell�opera: l�Alto medioevo.
In quella circostanza qualcuno si rende conto della complessit� culturale della Nigra sum, il cui capo � �cinto da una corona orientale, risaltata sullo stesso legno tipo turbante, arabescata a leggerissimo rilievo con disegni dorati...�.

                   

Da alcuni decenni esiste sulla parte posteriore del mantello bleu, di gusto bizantineggiante, un ampio squarcio che consente alla �quipe di studiosi e tecnici, incaricata da mons. Zambito, una preliminare visione interna della struttura lignea.


Penoso appare lo stato della forma cava del tronco in cui si trovano inseriti elementi posticci con funzione di puntellatura e bloccaggio della massa. Inizia la prima fase di intervento con l�estrazione dall�incavo di oltre dieci chili di paglia naturale e industriale, segatura, stracci, colle varie e chiodi.
Vuota � la massa posteriore della statua, il cui scavo partendo dalle spalle scende in basso allargandosi sino al limitare opposto del tronco, dove si originano i piedi della Madonna. In questo vuoto, probabilmente a fine ottocento viene conficcato un�enorme zeppa di assi, a doppia forma triangolare, per reggere il peso del tronco, che insieme con il cuneo, poggia su una pedana di banali tavole.
Cominciano i primi saggi di pulitura riguardanti la Madonna e il Bambino con i relativi paludamenti.
Come ipotizzato, gli occhi risultano aperti, sebbene da secoli occultati da stratificazioni di colori e vernici, da incrostature di fumo e polvere, da depositi organici

Qualche settimana dopo, l�intuizione avuta trova conferma: sotto il manto ottocentesco � una struttura lignea, lucente di lacche medievali. La Nigra sum della storia esiste, nascosta dentro la cappa di tela e colla.
Da un�ampia fessura preesistente, sulla parte posteriore del simulacro, appare il blocco ligneo scavato, ricoperto di elementi estranei. Quindi ai lati si constata, eseguiti alcuni tagli, la presenza di un tronetto, mentre sul davanti vengono scoperti, con le decorazioni antiche, rosse, azzurro-verde e rosa, gli abiti scolpiti della madre e del figlio.

Grande l�emozione di vescovo, sacerdoti e studiosi.

Sempre pi� complessa la serie di interventi scientifici. Quotidiani i consulti fra tecnici e teorici per ogni decisione, nella consapevolezza di trovarsi dinanzi a un�opera eccezionale, sintesi del romanico. Fatiscente la struttura lignea, mancante di diverse parti, ridotta spesso per l�azione di termiti e tarli e per mancanza di cure, ad ammasso di polvere. L� dove resta ancora, il pigmento pittorico � fragilissimo perch� staccato dalle pareti del legno.


Assurda l�opera di "falegnami" che negli ultimi due secoli innestano, a pi� riprese, tele di sacco, tavole, chiodi e cunei per aggiustare la statua, cos� pure di "pittori" che sovrappongono stucchi e vernici senza cognizione di scienza e d�arte. Al cospetto di tanto degrado sa di sfida la volont� di recupero dell�immagine medievale.
Dura sette mesi il lavoro di restauro. Diuturno. Inizia presto al mattino e si protrae sino a sera tardi. Si tratta prima di rinsaldare l�ossatura, poi di ricostruire le molteplici lacune, macro e micro, fino alla ricomposizione dei frammenti cromatici per giungere all�unit� formale del simulacro. Tre sono i responsabili tecno-scientifici, cui si abbinano vari collaboratori, uniti tutti dall�impegno a far rivivere, nel ritorno alle origini, la vera Madonna di Tindari. Appare come un miracolo oggi la Nigra sum sed formosa nella architettura interna ed esterna e nella forma estetica. Soprattutto per la "plenitudo gratiae", bizantina, mediorientale e latina, che costituisce il suo incanto. Solo attraverso una presentazione, pur sintetica, di documenti fotografici � possibile comprendere le complesse fasi del restauro. La sequenza delle immagini vuole testimoniare, con l�ausilio di notazioni storiche, tecniche ed estetiche, l�iter significante l�alfa e l�omega della rinascita di tanto capolavoro, creato con linguaggio colto del medioevo, da eminente artista, interprete della dimensione ecumenica della Theotokos

Nei visi si assommano cinque stesure cromatiche, l�ultima delle quali � bruna dorata, parecchio sporca, risalente ad epoca medievale. Anche gli abiti sono contrassegnati da strati di ridipinture. Il manto � dominato da quattro spessori di bleu e da un verde. Quattro diversi rossi ed un bleu compongono la veste della Vergine. Due rossi, due bleu e un rosa strutturano il pigmento dell�abito di Ges�. Ogni colore � indicativo di un preciso periodo. Concepiti non socchiusi, bens� aperti, gli occhi della Vergine e del Bambino, dopo accurate ripuliture, tornano alla forma originaria, con i colori e i segni romanici.

              

L�immagine evidenzia il contrasto fra l�occhio nascosto da patine di nerume e quello liberato, che si caratterizza per il tratto forte di un nero-bleu contornante le ciglia. Plastico � l�oggetto della cornea e della pupilla, illuminate dal riflesso aureo dell�orbita. Pastosa la lacca nera che marca le sopracciglia. Un occhio vivo, che guarda con profondit� di mente. Non appartiene l�occhio alla cultura latina (francese o italiana), n� a quella bizantina. Si qualifica come mediorientale (siriana o palestinese). Lo stesso segno cromatico � di chiara matrice araba. Ricorda per la linea e l�energia materica il kajal, che le donne egizie o assire utilizzano come cosmesi per mettere in risalto la bellezza dell�occhio.

Si presenta ispessito da stucchi e vernici di carbone il volto della Vergine: quasi maschera coprente lo splendore antico della "piena di grazia". Fronte, naso, guance, labbra, mento sono appiattiti da millimetri di croste che annullano il movimento naturale del viso.

Mentre appare esaustiva l�analisi delle cromie ottocentesche e novecentesche, l��quipe dei restauratori scopre sotto la "camicia" della Madonna una tavola lignea a finte pieghe, il cui azzurro-lapislazzuli � almeno trecentesco. Incontenibile lo stupore. Subito � informata la Curia di Patti e la Sovrintendenza di Messina. E� evidente che gli abiti di tela sono tardive sovrapposizioni, che occultano una architettura di notevole interesse. Si praticano dei tagli su parti meno a vista dei paludamenti. Ci si accorge che, asportando centimetri di "stoffa", � sottostante una struttura ben articolata con superfici intagliate e con decoro di lacche policrome. Trova conferma l�ipotesi iniziale di un�opera scultorea con possibili elementi romanici. Sorprendente si rivela il rilievo scultoreo dell�abito del Bambino. Si tratta di modellazione bizantina, tipicizzata dalla forma "a greca", accesa da lacche rose e rosse. Dalla fessura fatta sul canovaccio di tela, gesso e colla il particolare della veste, mentre mette in luce la qualit� artistica del manufatto, sottolinea la fragilit� del pigmento pittorico e la corrosione della materia lignea, in cui sono tracce di presenze di insetti xilophagi.

       

Ulteriori tagli dei paludamenti mostrano che la Madonna di Tindari � pensata e realizzata come manufatto scultoreo unitario: un blocco ligneo centrale completato da altri corpi lignei. Seduta su un tronetto appare la Theotokos che sorregge sulle ginocchia il Figlio, nelle sembianze del Logos. Disperata � la condizione della struttura sconnessa e fradicia, mancante di non pochi pezzi, tenuta in piedi da assi e tavole in maniera rozza. Nonostante la fatiscenza del simulacro e le difficolt� di un restauro scientifico finalizzato alla ricomposizione della icona antica, i responsabili tecnici, Nino Pedone, Gaetano Correnti e Rosario Carcione, sono certi di portare a termine il recupero dell�opera. Nell�immagine fotografica, che ritrae, dopo lo svestimento, la realt� drammatica della scultura, si nota come il cuneo di travi infilzato nella parte posteriore della statua, spinge in avanti la massa delle gambe squarciando la struttura lignea. La quale manca (per chi guarda) della fiancata destra del trono, di cui restano tratti di colonne. Visto frontalmente, nella fase media del recupero, appare inquietante il simulacro della Madonna. Chiara �, tuttavia, la consistenza della forma medievale, bench� mortificata dall�asportazione di legni e colori e da secolare incuria. Arbitrario il rattoppo di alcune parti con tavole, tele, chiodi e colle. Documenta l�assurda logica di un "restauro" perpetrato in diversi periodi dell�ottocento e del novecento senza il minimo rispetto dell�opera sacra. La copertura di mantello-veste, imitazione bizantina, oltre a nascondere le parti mancanti come lembi di abiti, fiancata del trono, velo ligneo modulante la superficie posteriore della statua, produce gravissimi danni alla scultura, accelerando lo sgretolamento della superficie e del substrato pittorico, aggredito da insetti xilophafi e da altri che, fra il piano del legno e la cappa di tela, trovano un loro habitat.

Il manto medievale della Madonna, che non � secondo il canone di Bisanzio, ma della tradizione latina, si presenta color rosso (inscurito da fumo e poi-vere) con decorazioni a stelle d�oro romboidali.
Lo strato di preparazione della pittura non aderisce al legno, divenuto cavernoso e secco per l�azione fagocitante di termiti, tarli e tarme che formano infiniti cunicoii e caverne.
Per non disperdere alcun frammento di colore e decorazione i restauratori, dopo parecchie disinfestazioni esterne ed interne, con Perxil 10 e un lungo e complesso consolidamento per mezzo di un migliaio di iniezioni di Paroioid, intervengono mediante particolari colle naturali per riattaccare la pittura alla superficie lignea. Ricoperta di materiale terroso � la mano destra della Nigra sum con aggiunte nelle dita di fu di ferro, gesso, colori. Non � originale. Secentesca � la fattura con interventi ottocenteschi che ne snaturano la forma medievale, "dovendo" ora stringere un giglio. Della sinistra, nascosta dalla cappa di tela, vengono recuperate quasi tutte le parti, eleganti nella composizione romanica. Bench� ingrossate da stucchi e vernici sono originali le mani del Logos, la cui testa � a sua volta ingrandita da folta capigliatura e grossolane treccine di calce, cera e colori bituminosi.

Acquista nuova compattezza, dopo la disinfestazione e il consolidamento, la struttura lignea.

 Ha quindi inizio la fase dell�assemblaggio delle parti divaricate, come le gambe della Madonna, con procedimenti scientifici che prevedono l�inserimento di minuscoli cunei tagliati obliquamente, in grado di ricucire e ricostituire l�architettura della statua. Nel contempo il simulacro � liberato dalla pedana, risalente a fine ottocento e di nessun valore. Vengono quindi eliminati gli ultimi impasti di paglia e segatura, saldate le pareti interne del tronco, ripuliti i margini sporchi, rimosse le vecchie colle cristallizzate, reincollati tutti i vari pezzi sconnessi. Per ricostituire l�unit� architettonica della scultura si realizzano con legno di tiglio, diverso da quello antico, la fiancata destra del trono e il lembo destro del mantello (per chi guarda), nel rispetto dei moduli stilistici. Miriadi di lacune, prodotte dai secoli, dall�incuria e dagli insetti, connotano la superficie del simulacro. Terminata la pulitura, l�incollaggio dei pezzi e dei frammenti cromatici, i tecnici otturano con pasta lignea prima, poi con veli di gesso, tutti i buchi e completano la modellazione delle parti nuove. Tale lavoro, che richiede tempi lunghi, � preparatorio dell�intervento pittorico che si deve differenziare, per la qualit� di colore e per la stesura a rigatino, dalle lacche antiche, senza turbare l�unit� formale dell�icona.

Con una lente di ingrandimento mons. Zambito osserva il ritrovamento della decorazione plastica del copricapo regale. Vero diadema, scolpito nel blocco ligneo della Madonna di Tindari, il cui disegno testimonia la preesistente tradizione ellenistica nelle regioni mediorientali.

In alcuni tratti della corona manca il rilievo ornamentale, rovinato probabilmente dalla forzata sovrapposizione di nuovi diademi di ottone e d�oro, che occidentalizzano, con piacevolezze barocche, l�immagine di Maria regina. Diversi strati di stucco nero, preparato con terre e colla forte, lacca bianca e porporina, vengono apposti a pi� riprese, tra ottocento e novecento, sulla corona lignea per otturare tagli e per camuffare sia il rilievo mancante che quello ancora esistente. Sulla parte alta del copricapo regale, tipico della cultura arabo-bizantina, si trovano tracce di lacche rosso-arancione.

Complessa la ristrutturazione dell�architettura della � Virgo capax Dei�, che sin dall�origine si presenta scavata all�interno. Tecnica questa propria della scultura della Borgogna e dell�Alvernia, che si diffonde nel centro Italia e nei territori d�oltremare, dove perviene l�influenza francese. Serve a dare leggerezza al simulacro, portato sovente in processione, e pi� ancora consente a tutte le parti del tronco "movimento" e "respiro".

Inizialmente il legno sembra noce. Un attento esame delle fibre conferma la tradizione che parla di "cedro del Libano". La natura dell�albero � un elemento a favore del luogo di importazione, cio� il Medioriente.
L�intervento restaurativo consiste per primo nel consolidamento di base e pareti mediante l�utilizzo di tavole e tasselli di tiglio e iroco, differenti dal cedro, da cui, per esigenze scientifiche, debbono diversificarsi, e nella pitturazione "a rigatino" delle nuove parti. Metodo che permette allo studioso di notare quali legni e colori sono medievali e quali opera di integrazione moderna.
La visione complessiva della Madonna evidenzia la fase avanzata del restauro, che recupera tutti i frammenti lignei e i pigmenti pittorici per primo, quindi integra nel rispetto della storia e dell�arte le sezioni mancanti senza nulla inventare.

                              

Nell�abito � una vasta lacuna, non totalmente ricucita, sia per documentare la grave mutilazione, sia perch� viene occultata dalla figura del Logos, tenuto in braccio dalla Madre.
Come � possibile constatare, il manto della Nigra sum non � di tipo orientale, bens� occidentale. Il "maphorion" bizantino copre la testa ed avvolge l�intera persona. Invece sul capo della Vergine si trova un velo che scivola elegantemente sulle spalle. Le quali sono coperte da un mantello rosso, trapuntato di stelle, i cui lati si rinserrano all�interno del trono.  Con l�inserimento del Bambino in grembo alla Theotokos, razionale appare la composizione volumetrica della scultura. Seduta su un umile trono decorato da ritmi vegetali e geometrici, Maria stringe il Figlio con la mano sinistra, le cui dita, recuperate e restaurate risalgono al periodo romanico. Nobile � l�icona lignea, sotto la cui corona "araba" � un velo azzurro, adagiato sul mantello rosso che ravvolge la figura. Di azzurro-lapislazzuli � il "colubium", cio� la tunicella della Madonna su cui si staglia l�icona del Cristo. La veste detta "palla contabulata" � invece bleu-verde cupo, sovrastante una tunica verde-primavera dai riflessi aurei ed argentei.


Ricorda nella modulazione la scultura di "Prete Martino" del XII secolo, l�abito del Logos di color rosso, lucente di frammenti e filamenti d�oro. Schema bizantino che nella linea orizzontale della base nasconde i piedini.
Sebbene il restauro richieda ancora lunghi e delicati interventi di "chirurgia plastica" sul "kalimaphion" dorato, su velo e mantello, su occhi e guance, gi� la Nigra sum sed formosa si offre allo sguardo in tutta la sua enigmatica bellezza:

�Pulchra ut luna, electa ut sol�.

Riluce di metafisica bizantina il viso mediorientale di Maria, coronata da diadema arabo con decori ellenistici. Due nastri fluenti di capelli corvini ne incorniciano la fronte, splendendo di riverberi rossi, secondo la moda cara alle donne dell�Asia minore e del nord Africa. Nell�adombrare la Vergine anche la Shulamit del Cantico dei Cantici, vista con immagine poetica quale torre del Libano, si mostra agli astanti con i capelli dipinti color porpora: �Come porpora � la chioma del tuo capo: il re � preso nelle tue trecce�.

Ultimata l�azione di cucitura delle parti, di chiusura delle fessure con pasta lignea e di saldatura del pigmento pittorico alla superficie scultorea, le lacune del simulacro vengono riempite di stucco. Procedimento necessario che serve soprattutto come preparazione all�intervento di ritocco ad acquarello, secondo la tecnica del rigatino, nelle zone prive di colori.


Lo stucco che ottunde la lucentezza policromata della statua, ricomposta ormai nei suoi elementi originari, presto viene asportato con meticolosa operazione di bisturi.

Senza pi� strati di stucco l�icona lignea comincia a rivivere delle policromie romaniche.
Equilibrata � la struttura architetturale della Madonna seduta in trono, che, vista lateralmente, mette in risalto parti medievali e parti nuove. In particolare la fiancata in esame registra l�aggiunta di tavola di tiglio, come pure il lembo del manto di Maria.
La differenza fra l�antico e il moderno � sottolineata, oltre che dalla diversa natura dei legni, dalla pittura "a rigatino", consistente in infinite linee perpendicolari (che un occhio attento scorge), in contrasto con la qualit� delle lacche originali.
Liberi da grumi di vecchi stucchi e da assemblaggio di polvere e vernici, i volti e le mani del simulacro, mentre riforiscono con l�incarnato bruno-oro, si qualificano per la loro stupefacente bellezza.
I colori della Platytera, di Colei che contiene il cielo, sono indicativi di un sistema semantico ricco di valori simbolici. Non � pertanto casuale, n� arbitraria la composizione cromatica della Madonna di Tindari. Risponde all�idea teologica del medioevo europeo e mediterraneo, che affida alla pittura emozioni e pensieri.
Sono visione di natura umana e divina i volti scuri di Maria e di Cristo. Dipinti di bruno-terra trasfigurato dalla luce.

Vestito di rosso porpora � il Logos benedicente alla latina: re e sacerdote. Lui � icona dell�Essere.
La Madre � avvolta da un mantello "francese-italiano", splendente di un rosa denso, quasi rosso, decorato di stelle d�oro. Pienezza di luce e di vita. Sanno di mare e cielo, di profondo e infinito, del mistero di Dio il bleu del colubium e l�azzurro-verde che scende sulle spalle. E� immagine di primavera e giovinezza la gamma dei verdi che strutturano le vesti. Di giallo-oro rifulge il diadema mediorientale della Vergine, che sembra possedere il sole del Pantocrator. Anche gli abiti scintillano di lamelle e di filamenti aurei.
Epifania dei colori del cosmo.

Icona di sorprendente valore artistico e storico, oltre che religioso, � la Nigra sum sed formosa. Non pochi elementi stilistici indicano come autore un maestro della scultura francese, originario della Borgogna o della Alvernia, che vive in medioriente al seguito dei crociati. Forse un crociato egli stesso, operante in Siria, nei pressi della citt� di Tartus, dove si trova l�imponente cattedrale dedicata a Maria. E� probabile che un alto committente, un vescovo, un principe normanno, un abate del meridione d�Italia o della Sicilia, chieda a lui la creazione di un simulacro ligneo destinato al culto. Ed egli lo scolpisce utilizzando un albero di cedro, tipico della regione, secondo la tecnica dello svuotamento del tronco praticata nel sud della Francia.

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Pur esprimendo le sue radici, l�artista tiene conto della scuola costantinopolitana e della tradizione mediorientale. Con maestria realizza una Madonna seduta in trono che tiene sulle ginocchia il Logos, sintesi della dimensione teologica e culturale del romanico. L�oriente e l�occidente, sebbene con diversit� di linguaggi e forme, si ritrovano in questa icona, che si offre quale sacramento di unit�.
Una Madonna, che � Theotokos e Hodigitria, Sedes sapientiae e Platytera, tra XI e XII secolo, su una delle tanti navi cristiane che collegano di continuo le sponde del "mare nostrum". Dopo aver subito a lungo manomissioni e trasformazioni l�icona lignea e pittorica della Madonna di Tindari torna, per l�amore di un Vescovo e della sua Chiesa, a risplendere di luce medievale.